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Prima Vendemmia: riscoperta di un prodotto tradizionale.

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Vi siete mai chiesti come fosse il vino a che si beveva a Valdobbiadene cinquant'anni anni fa? Io si, durante il mio percorso di studi e nei pomeriggi a casa a fianco del nonno Alessandro, mi sono spesso interrogato sulle origini dei vini prodotti nella nostra area, come mai i vignaioli avessero puntato tutto su questo vino bianco leggero, facile da bere, brioso e che si riesce ad abbinare a qualsiasi fase della giornata e a ogni occasione. Forse parte delle risposte si trovano già nelle domande, ma se volessimo raggiungere le radici della nostra storia, allora dobbiamo conoscere e ascoltare con un bicchiere in mano quello che può raccontarci uno dei nostri vini che è stato messo in un angolo, da gran parte dei produttori, dopo l’avvento della fermentazione secondaria in autoclave e l’arrivo degli spumanti.

Questo è il vino che ci lega più ogni altro alla nostra terra, in quanto ne trasmette le particolarità, le espressioni più vivaci, il calore in base alle esposizioni dei terreni, è il prodotto che risente del flusso delle stagioni perché cambia e matura nel tempo. È il vino che cinquant'anni fa ha dato il via alla fortuna del Valdobbiadene Spumante d.o.c.g. come suo predecessore . Oggi viene prodotto con lo stesso metodo di allora: il vino ricco di residuo zuccherino non trasformato durante la prima fermentazione, viene messo in bottiglia e tappato nel periodo primaverile, grazie ai suoi lieviti presenti fermenta e fa avvenire una leggera presa di spuma che rende ancor più piacevole il vino imbottigliato.
Nel fondo delle bottiglie si deposita il cosiddetto “fondo” che non è altro che il lievito che si deposita dopo aver trasformato gli zuccheri disciolti nel vino in anidride carbonica e alcol. Si potrebbe pensare ad una semplicissima fermentazione in bottiglia come nel metodo tradizionale o nello champagne, ma la differenza sostanziale sta nel deposito creatosi che non viene espulso dalla bottiglia, ma rimane nel fondo in quanto esso diventa il conservante del vino stesso grazie alla lisi dei lieviti e all’anidride carbonica che si frappone tra il tappo e il liquido lasciando il vino libero di esprimere le sue caratteristiche senza l’intervento dell’enologo, che lo accompagna solamente durante la fase di messa in bottiglia.
Perchè vi sto raccontando tutto questo? Semplicemente trovo sia affascinante vedere come all’apertura di una bottiglia di Prima Vendemmia Sandrin, si possano scoprire le varie sfumature che i nostri vigneti sanno regalarci, senza nessuna interferenza dovuta alla presenza di agenti selezionati dall’uomo, il quale si limita a osservare e degustare realmente quello che la vite con le sue radici può donare all’uva che poi viene raccolta.
Quindi diventa importante piantare la vite nei terreni adatti per avere buona complessità tra profumi e sapori e coltivarla poi in maniera attenta ottenendo un vino equilibrato in alcool e acidità. Questo vino è la carta d’identità del nostro territorio e l’espressione dei nostri vignaioli che da sessant'anni anni coltivano la terra anno dopo anno con il sorriso, la passione, in maniera sincera... per regalare attraverso ogni bicchiere una po’ della loro storia. Questa tipologia di prodotto può piacere o meno, risultare scontrosa o indifesa in certi momenti dell’anno, ma rimane sempre sincera. È il capostipite dei vini del nostro territorio, quello che ha fatto da apripista alla scalata degli Spumanti di Valdobbiadene.
Per noi aprire una bottiglia di Prima Vendemmia vuol dire bussare alla porta del nostro passato per far rivivere i ricordi, emozionandoci ancora una volta.

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